Genuflessi senza burro: cronaca personale di una censura subita

C’è un momento preciso in cui capisci che il problema non è più una foto, né un progetto, né tantomeno un concorso. È quando il silenzio viene imposto. Quando il dissenso, anche minimo, anche imperfetto, viene trattato come qualcosa da eliminare.

Nel mio caso è successo così: una storia su Instagram. Una di quelle che durano 24 ore, che scorrono veloci e poi spariscono. Dentro quella storia c’era un fatto e una presa di posizione.

Il fatto: il rifiuto, da parte di un festival fotografico, di accogliere il progetto di un fotoreporter che voleva presentare il proprio lavoro su Gaza.
La motivazione: un presunto divieto imposto dalla DIGOS.

Una spiegazione che lascia aperte più domande che risposte. Perché un lavoro documentaristico dovrebbe essere fermato a monte? Da quando raccontare i fatti diventa un problema di ordine pubblico?

E poi c’era la mia presa di posizione. Espressa anche con una frase: “genuflessi senza burro”.

Ironica, sì. Pungente, sicuramente. Diplomatica, no. Ma nemmeno offensiva. Una sintesi — forse brutale — di quella sensazione di resa preventiva, di un ambiente che davanti a certe pressioni preferisce piegarsi senza nemmeno provare a restare in piedi.

È bastato questo.

Dopo quella storia sono stato bannato dalla pagina Instagram del concorso. Nessun confronto. Nessuna richiesta di chiarimento. Nessuna risposta nel merito. Solo un’esclusione silenziosa e definitiva.

Ed è qui che la questione smette di essere personale.

Perché quando una critica — anche espressa in modo diretto — viene cancellata invece che affrontata, il messaggio è chiaro: non disturbare. Non fare domande. Non mettere in discussione. Partecipa, se vuoi. Ma resta allineato.

E allora succede qualcosa di interessante, e anche un po’ inquietante: il contenuto sparisce, e resta solo il tono. Ci si aggrappa a una frase — “genuflessi senza burro” — per evitare di entrare nel merito della questione.

È una dinamica vecchia: spostare il problema. Trasformare una domanda scomoda in un errore di forma.

Ma davvero il problema è una frase?

O è più semplice etichettare quella frase come inappropriata piuttosto che spiegare perché un progetto su Gaza non può essere mostrato?

Perché censurare un lavoro non è mai una scelta neutra. Così come non lo è silenziare chi quella scelta prova a metterla in discussione.

La fotografia, quella vera, non nasce per essere comoda. Nasce per guardare dove è difficile guardare. Per raccontare ciò che spesso si preferirebbe ignorare. Se iniziamo a filtrarla per paura, per cautela o per convenienza, smette di essere fotografia e diventa decorazione.

E allo stesso modo, il dissenso non arriva mai in forma perfetta. Non è sempre elegante, non è sempre calibrato. A volte è ironico, a volte è ruvido. A volte può anche dare fastidio.

Ma è proprio lì che si misura la solidità di un contesto: nella capacità di reggere anche ciò che disturba.

Il ban, invece, è la scorciatoia. Il modo più rapido per non rispondere, per non esporsi, per non affrontare una conversazione che potrebbe diventare scomoda.

E allora la domanda resta, forse ancora più netta: cosa dà davvero fastidio?

Una frase ironica?
O il fatto che qualcuno abbia deciso di non restare in silenzio?

Perché se basta così poco — una storia, una frase, una critica — per essere esclusi, allora il problema non è chi parla.

È chi non vuole ascoltare.

E in quel caso, la fotografia ha già perso una parte fondamentale di sé: la capacità di disturbare.

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