Lo sticazzi non è indifferenza. È rispetto.

Le regole esistono. E io, in genere, le rispetto o almeno ci provo, con quella coerenza che mi chiedo spesso se sia virtù o semplicemente abitudine.

Ma le regole, si sa, sono fatte anche per essere infrante. A patto di farlo consapevolmente. A patto di guardarsi allo specchio dopo e non abbassare lo sguardo.

Questa è una di quelle volte.

La regola che sto per infrangere è quella dello sticazzi. Perché questo articolo, paradossalmente, volutamente, con piena consapevolezza è scritto esattamente per quella terza categoria di persone a cui, per definizione, non dovrei dedicare un solo secondo del mio tempo.

Eppure eccomi qui. E vi spiego perché.

Scattoduomo mi ha fatto un video. Qualcuno l’ha visto, qualcuno ne ha parlato, qualcuno probabilmente l’ha già dimenticato. In quel video ho detto una cosa che mi porto dietro da un pezzo: che il genere umano, nella mia vita e nella mia fotografia, si divide in tre categorie. Non è una classificazione scientifica. È una mappa. La mia mappa.

La prima categoria sono io. Mauro. Con il mio ego del cazzo, con le mie contraddizioni, con la mia fame di meraviglia e la mia insofferenza cronica per tutto ciò che sa di finto, di mediocre, di convenuto. Il centro, non per narcisismo, ma perché è da lì che parte tutto. La fotografia, lo sguardo, la scelta di dove puntare l’obiettivo. Se non sei il centro della tua vita, stai vivendo la vita di qualcun altro.

La seconda categoria sono le persone che rendono la mia vita meravigliosa. E qui il confine è vasto, generoso, a volte sorprendente. Ci sono persone che amo profondamente e che porto con me ogni giorno. Ma ci sono anche persone che non conosco, che incontro per un secondo in una piazza, che mi guardano in un certo modo o che attraversano il mio obiettivo con una grazia inconsapevole. Persone che non amerei necessariamente se le conoscessi, forse. Ma che in quel momento mi hanno donato qualcosa, hanno aggiunto qualcosa alla lista delle ragioni per cui per me vale la pena alzarsi la mattina. Quella seconda categoria è fatta di conosciuti e sconosciuti, di amati e non amati. E li tengo tutti, con la stessa cura, nello stesso spazio prezioso.

La terza categoria è lo sticazzi. E arriviamo al punto.

Lo sticazzi, per come lo vivo io, non è indifferenza. Non è cinismo. Non è nemmeno superiorità.

Lo sticazzi è rispetto.

Rispetto verso la vita propositiva, verso quella parte dell’esistenza che vuole andare da qualche parte, che ha fame, che cerca, che costruisce. Rispetto verso la meraviglia, quella cosa fragile e necessaria che si rompe nel momento in cui le permetti di essere inquinata da chi non la vede, non la vuole, non sa nemmeno di cosa stai parlando. Rispetto verso me stesso in quanto essere umano, e in quanto tale, divino. Non nel senso religioso ma nel senso di portatore di qualcosa di unico, irripetibile, e quindi sacro. Ogni essere umano lo è. Ogni essere umano porta con sé una scintilla che non esisterà mai più in nessun’altra forma, in nessun altro momento. Questo per me è divino. E io non posso permettermi di sprecarlo dietro a chi quella scintilla preferisce spegnerla, la propria e quella degli altri, è rispetto, forse il più importante, verso tutti gli altri esseri umani divini che meravigliano la vita. Verso quelli della seconda categoria. Perché ogni energia che spreco dedicandola agli sticazzi è energia che sottraggo a loro. E questo sarebbe bruttissimo.

Chi finisce nello sticazzi?

I menosi, quelli che entrano in una stanza e tolgono aria, quelli per cui ogni cosa è complicata, pesante, sbagliata. I presi male, quelli che vivono in uno stato permanente di offesa preventiva, come se il mondo avesse organizzato un complotto personale contro di loro ogni mattina prima che si sveglino.

E poi loro. Quelli a cui tengo di più questa etichetta, quella che mi è più cara: quelli che hanno deciso di voler insegnare la vita al mondo.

Sai di chi parlo. Li riconosci subito. Hanno sempre la risposta prima ancora che tu abbia finito di fare la domanda. Hanno vissuto tutto, capito tutto, superato tutto. E sono lì, disponibili, generosi, così generosi da non riuscire a trattenersi dal condividere la loro saggezza con chiunque, richiesta o no. Soprattutto no.

Ecco: quelli sono sticazzi. Erano sticazzi. Rimarranno sticazzi. È una condizione permanente, non soggetta a revisione.

Allora perché scrivo questo articolo?

Perché infrangere la regola dello sticazzi, stavolta, era necessario. Non per loro, per loro, appunto, rimane sticazzi ma per me. Per chiarezza. Per mettere nero su bianco una cosa che sento importante dire ad alta voce.

Lo sticazzi non è una porta chiusa in faccia. È la scelta di dove guardare.

E io guardo la meraviglia. La cerco ogni giorno, con la macchina fotografica in mano o senza. La trovo nelle persone che mi sorprendono, nei luoghi che non mi aspettavo, nella luce che cambia in un secondo e poi non torna più. Lo sticazzi è ciò che protegge tutto questo.

E questa, se ci pensi, è già di per sé una filosofia.

C’è però una cosa che devo dire. Una sola, e la dico senza sconti.

La mia unica sofferenza, se vogliamo chiamarla così, è che essere divino non mi esonera dall’essere umano. E l’essere umano, con tutto quello che porta con sé, a volte mi tradisce.

A volte cado anch’io nella categoria degli sticazzi.

Sì. Succede. Mi ritrovo a spiegare la vita come un cazzone in piena modalità mansplaining. Convinto, sicuro, generoso della mia generosità non richiesta. Esattamente come quelli a cui ho dedicato le righe più taglienti di questo articolo.

Ed è per questo che questo articolo è rivolto a me per primo. Prima che a chiunque altro, a me che nella mia divinità dovrei stare zitto, alcune volte ma non sempre.

Fotografia di copertina tratta dal mio archivio personale

“Lac du Mont-Cenis 01/08/2024″

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