Tra fotografia, parole e calcoli. Il mio ritorno al SalTo.
Torino è elegante, trattenuta, con quella compostezza sabauda che alcune persone scambiano per freddezza e che invece è solo il modo in cui certe cose belle scelgono di stare al mondo, senza chiasso. E poi arriva il Salone del Libro al Lingotto, e tutta quella compostezza vola via. Al suo posto arriva un’umanità rumorosa, colorata, viva, fatta di zaini aperti e libri stretti sotto il braccio e bambini che trascinano genitori stanchi verso copertine che non avevano messo in conto. E io, in mezzo a tutto questo, ci sto benissimo.
Sabato 16 maggio ho passato l’intera giornata dentro il Lingotto a fare quello che mi piace fare: fotografare il movimento umano. Quel flusso continuo di persone che, viste dall’alto, sembrano particelle impazzite ma che da vicino trasportano passioni, fragilità, idee, desideri. E ogni anno, dentro questo posto, trovo qualcosa che non avevo previsto di trovare.
Quest’anno ho deciso di concentrarmi sul domani e quindi, in particolar modo, sui bambini. Non perché siano il futuro, questa è la risposta facile, ma perché dentro una fiera del libro i bambini sono ancora capaci di uno stupore che negli adulti si è quasi del tutto consumato. Si siedono per terra senza chiedersi se è il caso. Guardano gli stand come fossero navicelle spaziali appena atterrate. Trascinano i genitori verso le copertine più colorate con quella urgenza fisica che noi adulti abbiamo imparato a fingere di non sentire più. Quella cosa lì si chiama curiosità pura. E vale la pena fermarsi a fotografarla.




Poi le magliette. Al Salone del Libro, secondo me, sono un fenomeno sociologico e non sto esagerando. Sono manifesti volontari del sentire popolare contemporaneo. Ci trovi dentro nostalgia, ironia, appartenenza e quel bisogno di dire “io esisto” anche solo attraverso una stampa sul petto. Alcune mi hanno parlato direttamente.
Due magliette della Queen, che ormai purtroppo ci ha lasciati poco tempo fa, orgogliose, indossate come bandiere emotive che esplodono in due meravigliosi sorrisi. E poi lui, il Super Barbero, che ormai è diventato un’icona pop. E pensare che ebbi il piacere di fotografarlo anni fa, quando questo entusiasmo collettivo non era ancora fiorito con tutta questa intensità. O forse sì, e ce ne stavamo accorgendo poco alla volta.


All’ingresso della fiera, però, la prima fotografia che mi ha fermato è stata quella che ho fatto a Steve, immerso nel rosso, che mi ha riportato all’interno della serie televisiva tanto che ho avuto il bisogno di guardarmi le spalle con il timore di essere raggiunto da un Demogorgone.
La terza, dopo quella di rito dei tornelli all’ingresso, l’ho dedicata a una persona con il mio stesso nome: a Mauro e ai suoi baffi, che meritavano una fotografia tutta loro. Ci sono facce che sembrano costruite apposta per essere raccontate da un obiettivo, e quei baffi avevano una dignità narrativa tutta personale. Non so come spiegarlo meglio. Era così.


Durante la giornata mi sono soffermato anche sui papà che si prendono cura dei propri figli senza paura di mostrarsi delicati, che accompagnano i bambini nella scoperta culturale e poi si siedono in un angolo della fiera a dare il biberon mentre il mondo corre attorno a loro. Quella normalità lì, per me, è straordinaria. Non nel senso retorico. Nel senso che ogni volta che la vedo sento qualcosa spostarsi dentro, di qualche millimetro, verso il meglio.


Una delle persone che ho avuto il piacere di conoscere e fotografare è stato Gennaro Sangiuliano. Sì, l’ex ministro. E sì, pur appartenendo a quella parte che io reputo sbagliata, devo ammettere che in cuor mio gli voglio bene. Forse anche per merito di Zoro, Makkox e di tutta la famiglia di Propaganda Live, che negli anni è riuscita a renderlo un personaggio familiare. Gli ho chiesto se potevo fotografarlo e lui si è concesso con estrema disponibilità. Abbiamo scambiato qualche parola e poi, senza che io chiedessi niente, ha deciso, lui di sua iniziativa di lasciarmi il suo numero per inviargli la fotografia. Una persona strana. Ma simpatica e umile. E poi, sinceramente, chi non è strano?
La giornata al Salone si è chiusa con una doccia veloce in albergo e poi fuori di nuovo, stavolta per il Torino in Bionda dell’amico Paolo Roversi. Questo evento lo adoro. Ogni anno Paolo mette insieme scrittori e scrittrici di romanzi gialli sul palco, con una birra in mano e una missione semplicissima: in cinque minuti devi sorseggiare la birra e raccontare il tuo libro al pubblico. Risate, battute, scambi affettuosi e, sotto tutto questo, amicizia vera. Quella roba rara che, quando la vedi, ti riconcilia un po’ con un mondo culturale che troppo spesso si prende incredibilmente sul serio. Il Torino in Bionda ti ricorda che la cultura può anche ridere.







Poi è arrivata la notte e con lei la scoperta che quel dolore alla schiena che mi aveva accompagnato per tutta la giornata non era stanchezza, ma una crisi renale portata da probabili calcoli. La mia seconda crisi dopo quella di tre anni fa, che mi regalò tre notti in pronto soccorso e droghe legali iniettate da infermieri e dottori stupefacenti.
Popstory mi ha preso e, uscendo dall’albergo senza quasi neanche salutare, mi ha caricato in macchina direzione ospedale. Ma non è andata come sperava, perché nella mia totale lucidità da essere umano devastato dal dolore, invece di farmi portare all’ospedale delle Molinette, le ho praticamente ordinato di portarmi a Milano. Un viaggio breve, sulla carta. Infinito nella realtà. Chi ha avuto una colica renale sa che in quelle circostanze il concetto di tempo smette completamente di avere senso solo che non potevo permettermi di e soprattutto non volevo rimanere a Torino e lasciare con il pensiero chi mi aspettava a Milano.
Ma dentro questo fine settimana, tra curiosità, amici e dolori, c’è stato anche il tempo per i souvenir. Perché ogni volta che entro al Lingotto torno a casa con libri che mi arricchiscono, pur spendendo soldi. Mi sono lasciato incuriosire da Blu Ricordo di Emiliano Cribari: è bastata la copertina, poi ho sfogliato, e quella curiosità iniziale ha trovato conferma pagina dopo pagina. E poi ho comprato i libri di Sara Munari, che volevo da tempo. Spero anche di avere il piacere di conoscerla di persona durante qualche suo workshop. Almeno questa è la mia intenzione. I soldi meglio spesi nell’attrezzatura di un fotografo non sono quelli per l’ennesimo obiettivo o per il nuovo corpo macchina. Sono quelli investiti nei libri di fotografia, nell’ascolto dei professionisti e nell’apprendere attraverso il loro bagaglio umano, prima ancora che tecnico che si può fare negli incontri di studio ed è solo grazie a tutto questo che ci si dà la possibilità di far nascere, probabilmente, buone fotografie.
























