A chi appartiene lo sguardo?

 Quando cammino con la macchina fotografica, sono consapevole di essere in ricerca. Il più delle volte, quello che cerco, è un qualcosa che non mi è subito chiaro. Mi devo settare, regolare il diaframma delle mie emozioni, aggiustare la distanza tra me e il mondo, trovare quel punto esatto in cui tutto diventa nitido, chiaro. È un esercizio che somiglia molto a una messa a fuoco interiore. Venezia, settimana scorsa mi è stata complice in questo esercizio, proprio lei la città con cui ho sempre avuto un rapporto per niente facile. In passato l’ho sempre trovata distante, consumata e respingente come se interpretasse se stessa per un pubblico che l’ha già vista mille volte in cartolina. Eppure questa volta è successo qualcosa di diverso. Ci siamo accolti a vicenda. Ho sentito quel mio disagio nei suoi confronti ammorbidirsi, ho smesso di resisterle e sicuramente, questa mia nuova morbidezza mentale ed emotiva è dovuta anche alla complicità di Popstory che mi migliora ad ogni nostro risveglio.

Abbiamo passato metà mattina e metà pomeriggio a girare a piedi. Per circa otto ore, ci siamo mischiati alla città senza una meta anche se sapevamo che Piazza San Marco sarebbe stato il nostro punto di arrivo per poi ritornare a Piazzale Roma accompagnati da un battello sul Canal Grande che ci ha fatto ammirare la città dal suo ventre e che mi ha rubato gli ennesimi occhiali da sole. Persi come altre decine prima di loro. Cazzo, questi erano veramente belli, verdi, a specchio, come piacciono a me e adesso saranno gli specchi per qualche pescetto narciso che amerà specchiarcisi dentro, dentro l’acqua . 

Come al solito, camminando e osservando, mi sono perso e ritrovato. Per me la fotografia è questo: camminare i luoghi per trovare una traccia. È un processo che a volte mi genera difficoltà, perché significa espormi, accettare le mie incertezze, entrare nel vortice del mio vissuto mentre attraverso strade e vite altrui.

E poi c’è l’altra cosa. Quella che non riesco ancora definitivamente a ignorare.

Mi fermo davanti a una scena, una luce, una figura, un riflesso sull’acqua e in un angolo della testa sento quella vocina. Puoi scattare? Hai il diritto di farlo? È la voce della legge sulla privacy che sussurra dentro. Capisco la necessità di tutelare le persone di qualsiasi età. Il corpo altrui non è una tela su cui chiunque può dipingere a suo piacimento e questo lo condivido. Ma mi chiedo spesso se questa legge protegga davvero il passante ignoto che cammina su un ponte di Venezia o di un qualsiasi altro luogo o se in realtà serva in primis a proteggere qualcun altro, qualcos’altro. Poroteggere chi ha un’immagine pubblica da gestire, chi ha qualcosa da nascondere, chi ha abbastanza potere tra il politico e l’aziendale da non voler essere documentato? 

Perché io, quando fotografo per strada, sto solo documentando e sono solo focalizzato nella ricerca della bellezza che esiste già nelle persone, nelle cose che accadono, negli attimi del qui e ora. Perché mi devo trovare a dover giustificare questo mio gesto, questo atto profondamente umano? 

“Non sto invadendo, non sto distruggendo, sto solo raccontando e sempre con il sorriso che non si nasconde dietro all’oggetto fotografico ma che si manifesta e dichiara la presenza al fotografato. Il racconto autentico ha bisogno di spazio per esistere non di permessi firmati.”

Ho rispetto per la privacy. Ne ho davvero. Ma tra tutelare l’intimità di una persona e rendere illeggibile il mondo, c’è una differenza enorme. E mi sembra che, negli ultimi anni, questa differenza si stia assottigliando in un modo che non mi convince. Ogni volta che una legge decide cosa posso raccontare e cosa no, sento qualcosa stringersi che assomiglia a un bavaglio .

Venezia, non mi ha chiesto il permesso di essere bella e nella sua libertà non è tenuta a chiederlo a nessuno. La luce radente sul canale non ha firmato una liberatoria, illumina e risplende solamente. E io ho cercato di ricambiare quella sua generosità nel solo modo che conosco, guardando con attenzione, con rispetto, con il desiderio sincero di offrire qualcosa di bello ma soprattutto di buono a chi guarda i miei occhi su di lei fermati dal famoso centoventicinquesimo.

Se quel tempo di scatto riesce ad accompagnare quella persona che guarda le mie fotografie a regalargli tranquillità, un senso di appartenenza, anche solo una piccola pace, allora, questo mio andare contro quella  legge ha raggiunto il suo scopo ed il mio.

Non credo si possa catturare l’essenza assoluta di una città, né la propria. Ma ogni passo camminato scrive qualcosa dentro di noi e  camminare con la macchina fotografica e lo sguardo libero è la maniera più sincera e onesta che conosco per attraversare il mondo.

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