il World Press Photo 2025 e l’importanza delle parole

L’altra sera, durante una cena tra amici, mi è accaduto qualcosa che mi ha fatto riflettere profondamente. Stavo cercando di spiegare a chi era seduto al mio stesso tavolo una difficoltà che stavo vivendo: avevo involontariamente portato una situazione nella direzione opposta a quella desiderata, e non riuscivo a recuperarla.

Nel cercare di spiegare la mia difficoltà ho utilizzato delle parole che mi hanno generato un nuovo problema.

Il problema non era che avessi espresso male il mio pensiero – il concetto era chiaro – ma piuttosto che avevo utilizzato un’affermazione che contrastava con il mio essere attuale e con le mie vere intenzioni. In un sorriso, quasi senza pensarci, ho detto: “Non ho più armi da spendere per farti capire quanto è importante…”

Appena pronunciate quelle parole, mi sono fermato. In che senso non ho più armi? mi sono chiesto.

Sembrava una frase semplice, comune, quasi innocua. Eppure, al suo interno, per me, si nascondeva qualcosa di più profondo ma ho glissato immediatamente perché avrei iniziato uno di quei tentativi epici di asciugata colossale che i miei amici con dell’alcool in tavola non si meritano quindi ho pensato tra me e me: sticazzi lo scriverò in un post e se vorranno lo leggeranno!

Ecco il post!

Non sono qui per fare la morale – non ho né l’autorità né la pretesa di essere ascoltato in quanto tale. Ma l’utilizzo del concetto di “armi” in una frase che voleva portare a una spiegazione costruttiva, a un tentativo di connessione autentica, proprio non si accordava con le mie intenzioni.

Mi sono reso conto che avrei potuto scegliere altre parole per far proseguire il discorso: “strumenti da utilizzare”, “energie da investire”, “modi per comunicare”. Parole che rispecchiassero davvero ciò che volevo trasmettere e invece sono caduto dentro questo lessico che si rifà a un repertorio di guerra: “combattere per un’idea”, “vincere una discussione”, “disarmare l’interlocutore”, “colpire nel segno”.

Quello che mi ha stupito è stata la spontaneità con cui ho attinto a una metafora bellica per descrivere un tentativo di comprensione reciproca. Come se, inconsciamente, concepissimo ogni forma di comunicazione come una battaglia da vincere e in passato per me era di base così, piuttosto che come un ponte da costruire e quando parlo di ponte non intendo quello della stretto voluto con tanto amore da quello li che parla di pace facendosi chiamare “Il Capitano”.

Tutto questo flusso di pensieri, il giorno seguente, mi ha fatto comprendere quella sensazione di disagio e difficoltà che ho provato a Genova (qui l’articolo di scuse alla città) davanti alle immagini del World Press Photo. Se, come sosteneva Nanni Moretti, “le parole sono importanti!“, altrettanto lo sono i pensieri che esse generano, poiché danno vita alle nostre volontà e alle nostre azioni.

La domanda che mi pongo è fondamentale: quale beneficio apporta a una società la comunicazione costante di sofferenza e morte? A cosa serve nutrire di paura la mente delle persone?

Queste domande le ho fatte anche ad amici fotografi che stimo profondamente e uno di loro che conosce molto bene le dinamiche della comunicazione all’interno dei mass media mi ha risposto con il titolo di un libro: “Davanti al dolore degli altri” di Susan Sontag. 

Mauro leggi quel libro, sono sicuro che troverai le risposte.

Lo sto leggendo ma per adesso ho deciso di scrivere qui il mio pensiero con la consapevolezza che forse dopo la lettura di questo libro, il mio pensiero, in qualche maniera ne verrà contaminato.

Condivido l’idea che non si possa sempre voltare lo sguardo altrove, che nel mondo esistano persone che soffrono e altre che traggono vantaggio da questa sofferenza, che sia necessario prendere coscienza e attivarsi. Tuttavia, non possiamo nutrirci esclusivamente di questo dolore.

Credo di aver già scritto, da qualche parte in questo blog, del film “I cento passi“, quando Peppino seduto sulla collina guardando l’aeroporto parla di quanto siano d’aiuto le tende alle finestre e le piantine sui davanzali.

Secondo me lo stesso aiuto lo farebbero le notizie se ci raccontassero anche le cose belle che accadono in questo mondo, sarebbe meraviglioso che come prima, seconda e terza notizia nei giornali e telegiornali, ci raccontassero di persone e azioni che alimentano la società di belle realtà perché esistono veramente. 

Durante la mostra del World Press Photo , un’unica fotografia mi ha fatto respirare aria fresca: quella scattata da Jérôme Brouillet che ritrae Gabriel Medina con l’indice alzato. Un atleta che emerge dal mare con il suo surf, come per dirmi che si può puntare verso l’alto, verso la meraviglia.

Questa è la visione che oggi ho della fotografia.

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