Cara Genova, ti devo delle scuse

C’è qualcosa che devo confessarti, Genova. Per anni – troppi anni – ti ho fatto un torto. Ti ho giudicata senza conoscerti davvero, portando con me un pregiudizio che si era cristallizzato nei miei ricordi d’infanzia e che ho trascinato per troppo tempo.

La mia esperienza con te si limitava a poche ore rubate ogni estate: l’uscita dell’autostrada, una corsa verso il porto dove lasciavamo la Fiat 127 verde pisello piena di bagagli, via del Pré che camminavo in cerca di cibo assieme ai miei genitori ma senza mai alzare lo sguardo perché negli anni ottanta del secolo scorso l’umanità, in quella via, era molto viva e poco umana per poi tornare alla macchina dove aspettavo io ansioso e loro con gli occhi gonfi di gioia il traghetto per la Sardegna.

Non eravamo ricchi, eravamo solo sardi e io manco quello perché sono nato a Milano e quindi in Sardegna ero il cugino milanese e a Peschiera Borromeo per alcuni paesani ignoranti mangia nebbia ero il figlio dei sardegnoli. Tu, Genova, eri solo un passaggio obbligato verso i miei parenti, un luogo di transito che dovevo sopportare per raggiungere la mia vera destinazione. Non ti ho mai dato una possibilità.

Ma sabato 14 giugno 2025 tutto è cambiato.

Sono tornato da te con occhi diversi, accompagnato dalla mia festeggiata per celebrare il suo compleanno al Teatro Carlo Felice, dove ci aspettava Die Zauberflöte di Mozart. E per la prima volta ho deciso di conoscerti davvero, di perdermi nelle tue strade invece di attraversarti di fretta.

I tuoi carruggi sono un labirinto di storie che si intrecciano tra i vicoli, dove ogni pietra sembra custodire segreti di secoli passati. Abbiamo pranzato in una piccola trattoria della Resistenza, e lì ho assaporato non solo il cibo, ma anche l’anima di una città che sa raccontare la sua storia attraverso i sapori e i volti di chi la abita accompagnati dal loro fare sbrigativo e cordiale ma molto sbrigativo come LA MIA LIGURIA insegna, anche se la bellezza che la rappresenta ha le mie stesse origini sarde ma ha la residenza dagli zii d’america.

Ma il momento che mi ha fatto capire quanto fossi stato cieco è stata la visita alla mostra “100 immagini per i 100 anni di Ossi di Seppia” a Palazzo Ducale. Fino al 29 giugno, nel Sottoporticato, tre giovani talenti italiani – Iole Carollo, Anna Positano e Delfino Sisto Legnani – hanno reinterpretato con 99 scatti originali i luoghi che hanno ispirato la celebre raccolta di Eugenio Montale, affiancati dal centesimo scatto: il celebre ritratto del poeta con la sua upupa, realizzato da Ugo Mulas.

Guardando quelle fotografie ho capito qualcosa di fondamentale: amante della fotografia, ho sempre predicato l’importanza di osservare oltre la superficie, di cercare la bellezza nascosta, di non fermarsi alle prime impressioni. Eppure con te avevo fatto esattamente il contrario. Avevo lasciato che un’esperienza limitata e superficiale definisse per sempre il mio rapporto con la tua identità.

Ne ho ancora e sempre da imparare!

I tre progetti esposti esplorano diversi concetti e mostrano come gli scatti degli autori indaghino il rapporto mutevole tra l’essere umano e la natura, ispirandosi ai luoghi evocati in Ossi di Seppia.

Usciti dalla mostra siamo entrati nella porta accanto a vedere il World Press Photo 2025, ma di questo non ne voglio parlare adesso: gli ho dedicato un’articolo per esprimere il mio pensiero.

Nel pomeriggio ci siamo seduti in prima fila, ma proprio in prima al Teatro Carlo Felice, e mentre le note del Flauto Magico riempivano quello spazio magnifico, ho ritrovato me stesso in Tamino all’inizio dell’opera: accecato dai pregiudizi, incapace di vedere la verità che avevo davanti.

Cara Genova, ti chiedo scusa. Scusa per non aver saputo vedere la tua bellezza quando ero più giovane, per aver ridotto la tua complessità a poche strade di passaggio, per aver portato con me per troppo tempo l’arroganza di chi crede di conoscere senza aver mai davvero guardato.

Ora so che tornerò. Tornerò con la mia macchina fotografica, in primavera con una temperatura più accettabile, con il tempo necessario per perdermi nei tuoi vicoli, per cercare quella luce particolare che filtra tra i palazzi, per catturare i volti e le storie che mi ero perso in tutti questi anni.

Perché alla fine, come fotografo e come persona, la lezione più importante che mi hai insegnato è questa: non esiste bellezza che non meriti di essere vista, non esiste luogo che non abbia la sua storia da raccontare. Bisogna solo avere il coraggio di fermarsi, di guardare davvero, di mettere da parte i pregiudizi per fare spazio alla meraviglia.

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