Dieci anni dopo l’edicola: quello che ho scoperto camminando al Salone internazionale del Libro 2025

Ci sono storie che si raccontano camminando. E io al Salone internazionale del Libro, per la quarta volta, ho camminato parecchio. Piedi gonfi e gambe dure, ma la testa lucida e curiosa ad avere una risposta: ma è vero che i giovani hanno chiuso con la carta stampata? Dieci anni da edicolante Peschiera Borromeo a fare Titti l’uccellino in gabbia mi hanno fatto pensare questo, ma erano altri tempi, quelli dell’inizio della fine delle edicole, gli inizi degli anni duemila.

Ho scelto volontariamente il sabato. Perché se vuoi capire davvero il polso di un evento, devi buttarti nella sua giornata più viva. Il Lingotto quel giorno è un formicaio impazzito: copertine che brillano sotto i neon, facce eccitate, quel rumore di fondo che è musica, il suono della curiosità che si muove. È un labirinto, ma è proprio in questo caos organizzato che succedono le cose interessanti. Quello che mi ha colpito – e che ho cercato di fermare nei miei scatti – è l’energia pura di questi ragazzi, quella vera, spontanea, di chi si perde tra le pagine senza rendersene conto.

Li ho seguiti discretamente, con delicatezza: sguardi che si perdono tra le righe, mani che stringono libri come fossero tesori, discussioni animate davanti agli stand. La vera forza della fotografia non nasce dal nascondersi, ma dalla presenza autentica del fotografo nella scena. Non si tratta di contaminare la realtà, ma di esaltarla attraverso un incontro genuino. I fotogrammi che cerco non sono quelli rubati di nascosto, ma quelli dove emerge una verità più profonda: l’istante in cui la persona, pur consapevole di essere fotografata, si abbandona alla naturalezza del momento. È quando gli occhi del soggetto incontrano il mio sguardo attraverso l’obiettivo che il documento diventa più vivo, più “croccante” nella sua autenticità. Questa connessione diretta, questo riconoscimento reciproco, non falsifica la scena ma la rivela nella sua dimensione più vera – quella dell’incontro umano che si cristallizza nell’immagine.

Ho fotografato bambini persi nei disegni appesi alle pareti, tatuaggi che spiccavano sulle pelli delle persone a raccontare storie ed emozioni, cani che socializzavano con bambini affettuosi. Ho ritratto Leo che, instancabile nello stand della Feltrinelli, ha lo stesso sorriso di quando ci incontriamo al Nebbia Gialla a Suzzara e che ci ha accompagnato a salutare Rosa e Paolo, amici comuni giallisti. 

Ho documentato Micol Buti che con la carta fa delle opere d’arte scritte, disegnate e costruite. Se vi dovesse capitare di trovarvi ad un suo firmacopie non esitate e non fatevi mancare la meravigliosa esperienza di vederlo all’opera con carta forbici e colla mentre crea la sua firma sul suo libro.

Ho documentato la Palestina presente in ogni angolo, con persone che rifiutano l’atrocità di questo periodo e manifestano la richiesta di pace e fratellanza. Ho fotografato le borse piene di libri con la scritta incisa “LEGGERE PUÒ CREARE INDIPENDENZA” e persino Minnie che sale le scale al McDonald’s in cerca di cibo.

Le foto che porto a casa raccontano una storia semplice: il rapporto tra questi giovani e il libro è vivo, presente, fisico. Non virtuale, non mediato, non filtrato. È lì, nelle loro mani, nei loro occhi. Li vedi mentre hanno il piacere nel possedere l’oggetto.

Ho catturato quel contrasto che solo al Salone riesci a vedere: il momento intimo, quasi sacro, della lettura, circondato dal frastuono di migliaia di persone. È un paradosso bellissimo, una contraddizione che funziona. Vedere questi ragazzi seduti per terra a leggere è meraviglioso, come è stato meraviglioso trovare un uomo anch’esso svaccato in terra, preso nella sua lettura.

La carta stampata, almeno per queste generazioni, non è affatto morta. Anzi, direi che gode di ottima salute. Il libro continua a essere casa, rifugio, strumento di scoperta.

Che sia per studio, svago o pura evasione, poco importa. Quello che conta è che il legame c’è, è forte, è tangibile.

error: