Saul Leiter alla Villa Reale di Monza: Quando la Fotografia Diventa Poesia

Un po’ Alda Merini, un po’ Paolo Villaggio è il personaggio che ho visto raffigurato in una gigantografia appesa sulla sinistra all’entrata della mostra, che mi ha fatto sorridere ancora prima di amarlo.

Saul Leiter è stata una persona e un artista schivo, refrattario alla fama, interessato più alla ricerca personale che al successo. Nato a Pittsburgh nel 1923, ha abbandonato gli studi teologici a 22 anni per trasferirsi a New York e dedicarsi all’arte. Una scelta coraggiosa che ci ha regalato uno sguardo insolito e preciso sulla vita nella Grande Mela di quel periodo.

È proprio questo che mi ha colpito di più della sua storia: di come sia riuscito a sviluppare un linguaggio completamente diverso rispetto ai suoi contemporanei americani. Mentre altri fotografi documentavano la grandezza e la modernità di New York, Leiter si dedicava a cogliere la poesia nei momenti più quotidiani e apparentemente insignificanti. Il vapore che esce dai tombini, gli ombrelli sotto la pioggia, i riflessi nelle vetrine: tutto diventava materia per le sue “composizioni liriche e intimiste”. Secondo me questo suo essere si avvicinava molto ai fotografi europei di quel periodo.

Domenica scorsa siamo andati a vedere la sua prima grande retrospettiva italiana che gli sia stata dedicata in Italia, e precisamente nella Villa Reale di Monza, intitolata: “Una finestra punteggiata di gocce di pioggia“.

Dopo aver fatto un giro mano nella mano nel parco di Monza, che regala sempre pace e spensieratezza, siamo entrati alla mostra ed è lì che ho visto Alda e Paolo miscelati in quello scatto: la poesia di lei, lo sguardo lucido verso la società di lui, semplicemente Saul Leiter.

Una delle cose più incredibili di Leiter è che già nel 1948 – quando il colore in fotografia era ancora considerato poco artistico – lui invece iniziava a sperimentare con la pellicola Kodachrome 35mm. Decenni prima che il colore fosse accettato come forma d’arte seria, lui lo usava come elemento espressivo, saturando le immagini con tonalità decise che trasformavano le scene di strada in vere e proprie composizioni astratte.

Questo approccio innovativo non è passato inosservato al mondo della moda, che lo ha portato a collaborare con riviste del calibro di Esquire, Harper’s Bazaar, Elle, British Vogue. Ma anche nel lavoro commerciale, Leiter manteneva la sua poetica unica e all’interno della mostra tutto questo è documentato con alcune riviste dell’epoca.

La curatrice Anne Morin ha fatto un lavoro straordinario nell’organizzare questo percorso espositivo. Appena entri, vedi un video introduttivo che ti prepara a quello che stai per vivere. Poi il percorso si snoda attraverso le sale del Belvedere con un’atmosfera intima e raccolta, dove sono esposte 126 fotografie in bianco e nero, 40 a colori, 42 dipinti, riviste d’epoca originali e persino un raro documento filmico.

Ma quello che rende speciale questa mostra è come riesce a mostrare la “doppia identità” di Leiter: pittore e fotografo allo stesso tempo. Ogni sua fotografia sembra quasi una tela, e la sua sensibilità pittorica traspare in ogni scatto.

C’è anche una sezione dedicata ai nudi in bianco e nero delle donne che lo hanno conosciuto – scattati tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’60 – che sono rimasti nascosti fino al 2018.

Sempre all’entrata c’è un’installazione interattiva: una finestra su cui scorre dell’acqua, che ci invita a provare a scattare nel suo stile e io non mi sono fatto perdere questa opportunità, prima chiedendo alla mano che stringevo durante la passeggiata nel parco di accarezzare quel vetro e di mettersi in posa per me e poi andando dall’altra parte per sfruttare il riflesso della luce per potermi fare un autoritratto.

Leiter ci insegna che la bellezza può nascondersi negli angoli più inaspettati della vita quotidiana. Che a volte basta guardare attraverso un vetro appannato o catturare un riflesso per trovare qualcosa di straordinario. In un’epoca in cui siamo bombardati da immagini, il suo approccio contemplativo è quasi rivoluzionario.

Come diceva lui stesso: “Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica. Guardo attraverso la macchina fotografica e scatto foto. Le mie fotografie sono la minima parte di ciò che vedo che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite”.

E forse è proprio questo il regalo più grande che può farci un artista: insegnarci a vedere.

Questa è stata la seconda mostra che vedo organizzata da Vertigo Syndrome, la prima è stata quella dedicata a Vivian MaierUnseen, le foto mai viste di Vivian Maier” sempre alla villa di Monza e non vedo l’ora di ritornare a vedere le prossime mostre che organizzeranno, perché oltre ad avere una visione molto alta nel pensare gli allestimenti, hanno anche una padronanza meravigliosa nello studio e messa in opera dell’illuminazione sulle opere esposte che in questi ultimi anni è pregio quasi introvabile anche in ambienti che si credono e vendono come posti d’élite.

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